lunedì, 07 aprile 2008

 

Era gia’ da un po’ di tempo che la vita quotidiana costringeva Michele a prendere a calci la sua coscienza.

 
All’inizio, mentre nella sua vita alcune cose cominciavano finalmente a prendere la giusta piega, il lavoro, la posizione economica e quella sociale, non se ne era nemmeno accorto. Viveva con leggerezza. Dopo tanti e tanti anni passati a rincorrere affannosamente quel risultato, poteva finalmente prendere fiato ed osservare quello che era riuscito, tutto da solo, a costruire per se’.
 
Poi pero’, un po’ alla volta, complice proprio la relativa calma che riempiva le sue giornate, aveva iniziato a riflettere su come era giunto a quel risultato ed inevitabilmente scorgeva quelle scollature, che non aveva il coraggio di chiamare strappi, nonostante lo fossero, che si erano create tra cio’ che una volta era stata la sua etica di vita e cio’ che aveva fatto e che faceva.
 
Alla fine, stringendosi nelle spalle, riusciva comunque ad assolversi. Sempre. Pero’ qualcosa continuava a fargli male. La sua coscienza presa a calci, appunto.
 
Anche ora, mentre velocemente attraversava la piazza della sua citta’ natale, normalmente identica ad una qualsiasi delle centinaia di piazze delle pigre province del sud, sentiva quel dolore latente, accresciuto pero’ dall’incontro con certi suoi vecchi amici e dall’atmosfera elettrica che avvolgeva la piazza.
 
Michele cercava di aumentare la velocita’ del suo attraversamento volgendo comunque a quei volti noti il suo cenno di saluto ma imprimendo nello sguardo la netta richiesta di non essere fermato. Cosi’ fu, nessuno lo fermo’ e quando ritenne di aver percorso la giusta distanza si fermo’ da solo, lievemente affannato, quasi in cima alla salita del vicolo stretto che dalla piazza principale portava al parcheggio comunale.
 
Da li’ quindi pote’ finalmente rendersi conto di cosa stava per succedere nella piazza: le garrule bandiere, la musica ad altissimo volume che gracchiava dagli altoparlanti, la gente, e quanta gente, che aspettava che qualcuno salisse sul palco di legno montato davanti al bar pasticceria. Un comizio elettorale. Penso’ immediatamente che avrebbe dovuto aspettare che la piazza si liberasse e che il comizio finisse prima di poter prendere la macchina dal parcheggio ed andarsene dove avrebbe dovuto, ad un appuntamento con il suo avvocato. Si predispose quindi ad attendere e, nell’attesa, ad ascoltare.
 
Il boato di urla ed applausi, la prova del microfono, l’uomo sul palco inizio’ a parlare. A Michele sembro’ allora che il dolore della sua coscienza si moltiplicasse in maniera esponenziale ascoltando quelle parole. Erano idee, concetti e speranze che conosceva bene, che aveva sempre conosciuto, cacciate via dalla porta erano rientrate dalla finestra della sua vita, portate da quel sentimento di appartenenza che, in buona sostanza, non si era mai spento ed aveva continuato a fargli male. Una stupida frase da canzonetta, poi, buttata li’ dall’uomo sul palco per parlare dei giovani, gli era rimasta come incastrata nella mente : “L’avvenire e’ un buco nero in fondo al tram”.
  
Conosceva bene il verso finale di quella canzone.
 
Finiva cosi’, come finivano dal molto tempo oramai le sue giornate, benche’ piene di ogni umana soddisfazione desiderabile: “E la tristezza e li’ a due passi e ti accarezza e ride, lei”.
 
Forse non era troppo tardi, forse poteva fare ancora qualcosa.
 
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postato da: VENTODITERRA alle ore 17:34 | Permalink | commenti (7)
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martedì, 15 aprile 2008

tuffo

 

 

  • Ho un lavoro sicuro, e' il mio.
  • Ho una casa, e' la mia.
  • Sono nata a Milano e, considerata la penuria dei milanesi di nascita, un passaporto padano non me lo negheranno di certo; volendo poi, con un buon ripasso potrei stupirli intonando alla perferzione "O mia bela madunina".

Io mi tuffo ... per i prossimi cinque anni e' li' immersa che vivro'.

postato da: VENTODITERRA alle ore 09:02 | Permalink | commenti (7)
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