Aspetto un bambino. Prima ancora delle analisi del sangue, o della ecografia dove ho sentito il suo cuore battere, l’ho dedotto da una insolita voglia di sgranocchiar finocchi. Io odio i finocchi.
Prendo un foglio A4 dal cassetto della stampante, traccio una linea retta a mano libera dividendolo a meta’ perfettamente. Benefici e pregiudizi, pro e contro. Lascio la prima colonna da compilare, per scaramanzia o vigliaccheria, e passo alla seconda. Vado veloce a compilarla, i contro sono tanti, per ognuno un sospiro, nemmeno una lacrima, bisogna essere lucidi, come se si trattasse di un progetto di lavoro da presentare ad un cliente. Poi lo sguardo cade alla colonna di sinistra e li’ sotto scrivo una sola parola. Una contro tante, non sono una eroina da romanzo rosa, ne’ una donna con una forza tale da combattere contro il mondo.
La mia ginecologa, donna cortese e gentile, mi comunica che no, lei queste cose non le fa. Non le lascio nemmeno il tempo di dirmi cosa o chi ci sarebbe in alternativa. Questa che lei vuole raccontarmi e’ una storia che io conosco; la conosco gia’ da un po’ perche’ ho sentito donne, anche sposate e con figli, raccontare come hanno “posato” questo bambino che non potevano accogliere. Io non faro’ cosi’.
Ventisette anni fa, mentre distribuivo i volantini del “Collettivo Donne Feltrinelli” davanti alla scuola, ai ragazzi che passavano e chiedevano spiegavo che era importante che ci fosse una legge, a garanzia di chiunque decidesse di non volere un figlio, e che questa legge doveva garantire che le donne potessero abortire negli ospedali e non ricorrere a ginecologi spregiudicati che si arricchivano con queste pratiche o, peggio ancora, a metodi poco sicuri per la salute delle donne. Questo era importante, che ci fosse una legge che garantisse chi decideva, ma che poi altrettanto importante era che una donna non arrivasse mai a scegliere di abortire. Mai. Perche’ non e’ una bella scelta. Nemmeno fatta leggendo e rileggendo un foglio A4.
Ventisette anni fa.
Comunque vado sicura, io lo so cosa devo fare. Ho tempo, ma non molto. I valori delle analisi del sangue dicono che sono entrata nella ottava settimana. Telefono all’ospedale, mi fissano la data per la visita.
Dolore. Tanto. Immenso. Non faccio nulla per mandarlo via. Voglio tenerlo fino a quando non passera’, se passera’. Cosi’ come terro’ l’ecografia. La foto di un’altra persona che se ne e’ andata via dalla mia vita.
Mentre aspetto che il tempo passi, stesa sul divano, ascolto Shine On You Crazy Diamond .Mi concentro per trovare l’entrata esatta per iniziare a cantare. Ma non mi riesce nemmeno stavolta. Non mi riesce mai. Io lo so perche’.
Perche’ io non sono capace d’aspettare.



