giovedì, 01 febbraio 2007
“Coraggio signora, sento che ci siamo, sento che manca poco alla soluzione. Faccia un ultimo sforzo, cerchi di ricordare, di andare indietro nel tempo, il piu’ indietro possibile, e mi dica, senza rifletterci sopra, tutto cio’ che le viene in mente”.
 
La donna si accomodo’ meglio sulla poltrona lounge reclinabile, stese le gambe, si osservo’ le punte dei mocassini, come se da quella attenta osservazione dipendesse la scoperta del modo in cui risolvere tutti gli stramaledetti problemi che la conducevano a sedersi li’ da piu’ di sei mesi oramai. Ed invece no, non bastava osservare, bisognava ricordare. Chiuse gli occhi, aspetto’ che le macchie blu e rosse lasciassero spazio al nero profondo dietro alle palpebre, ed inizio’ a raccontare quello che improvvisamente le era venuto in mente.
 
“Ricordo la stanza da letto dei miei genitori nella penombra di quel pomeriggio, e ricordo che ero li’, come ogni pomeriggio, ad inventarmi un gioco, a riempire il tempo che doveva passare, nell’assoluto silenzio, prima che si potesse ricominciare ad esistere senza crear fastidio agli impiegati che lavoravano negli uffici del piano inferiore. C’era l’armadio antico, con le due ante centrali a specchio, ed aprendo invece una delle due laterali c’era al suo interno una cartella porta-documenti, nera, dentro alla quale c’era custodito un segreto, il segreto.
Io che esistesse lo sapevo gia’ da tempo, lo sapevo da quando, un giorno, il mio professore di lettere delle scuole medie varco’ la soglia di casa mia e mio padre lo fece velocemente accomodare nella sala da pranzo, mentre mia madre stirava in cucina ed io mi domandavo quale accidente grave potessi aver mai commesso affinche’ il professore venisse fino a casa per parlare con mio padre. Poi pero’ mia madre mi chiese di preparare il caffe’, quindi bussai alla porta che era stata chiusa, mio padre mi fece entrare e, posando il vassoio con le tazzine sul tavolo da pranzo, vidi quei fogli, vergati fitti fitti da quella grafia antica, tutta riccioli e un po’ pendente, che riconobbi essere di mio padre.
Ora davanti a me, all’interno della cartella nera, ricomparivano quegli stessi fogli. Li presi con il cuore che batteva all’impazzata, divisi la risma dei fogli a caso ed iniziai a leggere. Nella pagina aperta a caso il protagonista del racconto stava viaggiando in treno verso la Svizzera ed incontrava, nello scompartimento, una donna con la quale, ben prima della fine della pagina, era talmente tanto in confidenza da sollevarle la maglietta per baciarle i seni. Tanto mi basto’ per farmi chiudere sconvolta la risma dei fogli e per rimetterla al suo posto. L’uomo in viaggio era mio padre, la donna nel treno non era mia madre.”
 
“Bene signora, vede? Questa e’ una cosa che fino ad ora non mi aveva raccontato mai, ed e’ importante, anzi importantissima. Attiene al primo approccio che lei ha avuto con la vita sessuale dei suoi genitori. Ma non voglio interromperla, vada avanti, continui a ricordare.”
 
La donna, con un moto quasi di stizza, richiuse gli occhi, attese qualche secondo e ricomincio’ a parlare.
 
“Ricordo l’aula, una di quelle aule con la struttura in legno a scale di banchi e sedie, vuota, la scuola era occupata, e ricordo che entrai li’ insieme ad un mio compagno di classe. Ero al primo anno delle scuole superiori. Ci sedemmo per terra, accovacciati sotto le ampie finestre e con le schiene appoggiate alla struttura in legno. Parlavamo ridendo dell’assemblea quando improvvisamente lui si avvicino’ troppo e mi bacio’. Un bacio lieve, dato solo appoggiando le labbra alle mie, ma sufficiente a farmi arrossire e a farmi allontanare bruscamente da lui. Ricordo il suo sorriso e le sue precise parole “Ma non sara’ mica la prima volta che qualcuno ti bacia?” Questo disse ed io non potei far altro che annuire. Lui mi abbraccio’ forte, sempre ridendo, e mi scompiglio’ i capelli. Poi annusandomi la nuca disse “Lo sai che profumi di Natale ?” Ed io non solo non lo sapevo, ma non sapevo nemmeno di cosa profumasse per lui il Natale, ma invece di domandarglielo seria seria mi slacciai dall’abbraccio e guardandolo diritto negli occhi gli chiesi “Ma io ti piaccio solo o sei anche innamorato di me?”. E lui rise di nuovo e di nuovo mi abbraccio’, ed io lo feci fare attendendo, senza nessuna reazione, rigida come uno stoccafisso, la risposta alla mia domanda. Allora anche lui si allontano’ e sempre sorridendo mi disse “Io sto bene con te, niente di piu’, niente di meno. L’amore e’ una cosa importante, non dimenticarlo mai”.
 
“Ottimo, bene, il primo bacio, e’ un ricordo importante. E lei si e’ sentita subito inadeguata, subito in dovere di specificare, di introdurre argomenti di un certo peso, di indurre a decisioni difficili. Piacere o amore ? Una domanda legittima da porre ma non ad un ragazzo, ed, in realta’ una domanda che nemmeno lei avrebbe dovuto porsi invece di assaporare tutte le sue emozioni di quel momento… Comunque bene, ho un quadro piu’ chiaro adesso, sente di voler aggiungere altro ?”.
 
La donna chiuse di nuovo gli occhi, poi li riapri’ e fece un cenno con la testa. Era un si, voleva andare avanti. Sentiva che c’era ancora qualcosa che doveva dire, quindi ricomincio’ a parlare.
 
“Ricordo il letto dove dormivo, scompariva e riappariva da un mobile. Dormivo in sala da pranzo. Ogni sera, per un certo numero di mesi, non meno di tre, andando a dormire portavo con me il radio-registratore, mi infilavo nel letto, lo accendevo ed ascoltavo una cassetta, sempre la stessa, ora il lato A ora il lato B. Erano “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band’ sul lato A e “Magical Mistery Tour” sul lato B. Ascoltavo la cassetta per intero, un lato a sera, e poi mi addormentavo. Una sera dopo le note di “A day in the life”  la sera dopo dopo quelle di “All you need is love”.”
 
“Basta cosi’, signora, non aggiunga altro. Ho capito tutto, finalmente. Lei ha un disturbo non molto grave, non si preoccupi, un innamoramento di tipo c maturato lentamente nel tempo. Il suo disturbo e’ nato all’atto della scoperta della natura bassa e terrena, diciamo cosi’, dei sentimenti di un suo genitore in una maniera poco tradizionale, si e’ rafforzato con il motto simil-filosofico dell’uomo che la bacio’ per primo e nel qual motto lei ha inteso riporre tutta la sua fiducia per elevarsi in fine ad etica di vita nelle lunghe serate passate ad ascoltare dischi definiti dai piu’ attenti critici psichedelici ma che in realta’ sono entrambi un raccolta di canzoni che inneggiano alla vita ma soprattutto all’amore. Insomma per me la terapia e’ conclusa, non c’e’ molto di piu’ che io possa fare per lei se non dirle che e’ ora che la smetta di pensare cosi’ ossessivamente all’amore per innamorarsi davvero.”
 
La donna si alzo’ lentamente dalla poltrona lounge, si sistemo’ con cura gli abiti, infilo’ il cappotto, prese il portafoglio dalla borsetta, estrasse una banconota da 100 euro e la poggio’ con cura sulla scrivania di legno bianco. Chissa’ perche’ proprio oggi le erano venuti in mente, e tutti in una volta sola, quegli accadimenti che si erano rivelati fondamentali per la diagnosi del dottore. Forse era tutto merito di un post letto su di un blog, ma questo al luminare era pericoloso raccontarlo. Chissa’ quante altre sedute sarebbero state necessarie per tentare di convincerla che l’analisi “fai da te” che trova ampi spazi di divulgazione nella Rete non e’ affidabile quanto quella praticata da professionisti abilitati. Chissa’.
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domenica, 11 febbraio 2007
23 anni fa Internet non era ancora accessibile al mondo. Le catene di S. Antonio quindi erano particolarmente faticose da gestire. Bisognava scrivere a mano le sette lettere ( vietato fotocopiare ), comperare i francobolli, scegliere i sette amici a cui inviarle, preparare le buste, affrancare e spedire. Tutto in cinque giorni.
 
Ma fu più per l’indomito senso di ribellione che da anni oramai dettava legge nella sua vita che per pigrizia che prese la lettera che le era stata recapitata, andò in bagno con l’accendino, le diede fuoco e la buttò nel water ( ribellione sì, ma un po’ di scaramanzia non guasta mai ).
 
Mentre la guardava ardere velocemente e velocemente annerire il candido contorno pensava a quanto stupido fosse quel modo di incutere terrore alla gente    “ … se non la spedirai la tua vita subirà terribili cambiamenti, se la spedirai  entro 5 giorni invece la fortuna ti sorriderà” e nello stesso tempo pensava a quanto la sua vita, fino ad allora, fosse stato un susseguirsi di avvenimenti non certo dettati dalla fortuna quanto invece dalla straordinaria forza di volontà sua e della sua famiglia tutta.
 
 A diciotto anni e sei mesi infatti si era già diplomata, aveva già un lavoro sicuro, una famiglia felice e sempre presente, amici, interessi e soprattutto l’amore. Non un amore qualunque, no, ma proprio l’amore quello vero, quello che insieme portava con sé l’affetto, la comprensione, la condivisione degli ideali. Niente di più poteva desiderare. Niente poteva quindi farle paura.
 
Compromessi ne aveva fatti, sì, come tanti, come tutti, ma tutti dettati dal profondo senso del dovere; la scelta della scuola, per esempio, fatta per poter avere subito un diploma spendibile nel mondo del lavoro e la scelta del lavoro subito dopo per non pesare ancora sulle spalle della famiglia, rimandando a dopo la continuazione degli studi nella materia che più sentiva appartenerle: epistemologia,  filosofia della scienza.
 
Il flusso dei pensieri attorno al falò nel water si interruppe con un bussare leggero alla porta del bagno: era sua madre, la cena era pronta.
 
Premette il pulsante dello sciacquone, controllò che non restasse nessuna traccia di quanto era avvenuto e a passi lievi uscì dal bagno ...
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lunedì, 12 febbraio 2007
Certe volte, nei pomeriggi silenziosi trascorsi a cucire seduta sulla sedia sotto la finestra della cucina, per trarre la maggior luce naturale possibile, la mente smetteva di seguire l’ago che pure continuava, facendosi portare docile dalla mano, a tessere asole o a fissare pieghe.
 
Pensava Rita, ad un problema da risolvere, scarpe nuove da comperare, alla cena da preparare; oppure a volte facendosi prendere dalla malinconia pensava ai suoi fratelli ed alle sue sorelle lontani, ai genitori sepolti nel piccolo cimitero del paese natio.
 
Sognare mai, mai un progetto, mai un desiderio tutto suo. Il marito, i figli, la casa, veniva tutto prima nella sua geometria affettiva, tutto prima di lei.
 
Ma erano oramai tempi sereni, talmente tanto da aver quasi paura che stesse per accadere qualcosa di terribile; i due figli piu’ grandi gia’ diplomati ed occupati, una casa piu’ grande dove finalmente i letti per i figli non dovevano cascar giu’ dai mobili a sera.
 
Da un po’ di tempo quindi questo turbinio di pensieri si concludeva con l’accenno di un sorriso, la mente ricominciava a seguire la mano, ed il filo portato alla bocca veniva troncato con un morso netto al termine del lavoro.
 
Quel giorno invece l’ago feri’ la mano che lo accompagnava. Fu questione di un attimo ed una stilla di sangue rosso macchio' la stoffa ... 
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martedì, 13 febbraio 2007
Essere la minore di tre figli comporta numerosi lati positivi. A questo pensava la piccola Genny mentre si incamminava verso la scuola con la cartella sulle spalle, due trecce ai lati della testa ed il cappotto blue di sua sorella maggiore risistemato per lei dalla mamma.
 
Quel cappotto le era sempre piaciuto ed aveva pazientemente aspettato che venisse il suo turno per indossarlo. Certo l’altra faccia della medaglia, quella negativa, per intenderci, era frequentare la stessa scuola che suo fratello e sua sorella prima di lei avevano frequentato. Stessa scuola e stessi insegnanti, sempre pronti a fare paragoni tra lei e loro. Paragoni dai quali non sempre lei ne usciva come la migliore e questo era il suo maggior cruccio. Nonostante si impegnasse e fosse una delle allieve piu’ preparate non solo della sua classe ma di tutto l’istituto per loro, per gli ex-insegnanti dei suoi fratelli, non era abbastanza, o meglio non era sufficiente per reggere il paragone con loro.
 
Il fratello per la sua sottile intelligenza, intelligenza addirittura certificata  da un valore di Q.I. pari a 130. Sua sorella per le innate doti in materia letteraria; non c’era un suo tema o un suo riassunto di un libro letto che non fosse stato portato ad esempio sia nella sua classe che nelle altre.
 
 Ma lei pero’ sapeva di possedere un suo personale talento, non scolasticamente spendibile, ma ce l’aveva. Lei sapeva interpretare i sogni. Anzi meglio, lei sognava cose che poi succedevano. La prima volta che le era successo aveva pensato che fosse stato un semplice caso. Poi le era ricapitato ed ancora scettica aveva continuato a credere alla fatalita’. Quando per la terza volta le capito’ divenne sicura che il futuro le si palesava in sogno, bastava solo capire bene cosa le volesse dire, bastava solo interpretare correttamente i suoi segni.
 
Quella mattina per esempio ricordo’ di aver sognato durante la notte di essere scesa di casa per andare a prendere l’autobus e di accorgersi, una volta salita a bordo, di avere ai piedi invece delle scarpe le ciabatte di casa. Nel sogno quindi tentava di scendere dall’autobus per tornare a casa e mettersi le scarpe ma, anche se pigiava il tasto per prenotare la fermata, l’autobus continuava la sua corsa e tutti i passeggeri la guardavano con uno sguardo pieno di un sentimento che era un misto tra la pieta’ ed il puro divertimento.
 
Non aveva avuto pero’ abbastanza tempo per capire bene cosa volesse dirle sul suo futuro il sogno di quella notte.
 
E nemmeno ne aveva ora. La campanella della scuola infatti suono’ per l’ultima volta e Genny accelero’ il passo …
 
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mercoledì, 14 febbraio 2007
Una corporatura esile ed una volonta’ di ferro. Ed un sorriso sempre tra le labbra. Certo si innervosiva, e spesso, ma la rabbia, come un lampo, passava solo attraverso gli occhi cinerei, senza lasciar traccia altrove. Amava raccontare della sua gioventu’, fatta di scelte e viaggi, di come, abbandonata la sicurezza della casa paterna, si era ritrovato in giro per il mondo per approdare poi, come capita spesso a chi viaggia, nel peggiore dei posti possibili.
 
E da allora fu lavoro, di quei lavori quasi disumani: conduttore di caldaie a vapore, macchine che durante le lunghe ore passate nell’angusto anfratto dal quale lui le teneva sotto controllo, vomitavano vapore, vapore poi che diveniva in fretta acqua sul pavimento ed umido nelle sue ossa.
 
Difficile capire quanto e per cosa di piu’ soffrisse. Se per l’aver dovuto rinunciare a tutto per la sua fame di conoscenza ( e quasi di tutto si trovo’ privato, lo scopri’ un giorno quando suo padre lesse le sue volonta’ al notaio cantilenando ’ “Giuseppe ha metuto, Luigi ha metuto, Carlino no, non ha metuto … “ lasciandogli cosi’ in eredita’ per questa sua mancanza, solo un pezzullo di terra in collina, una porzione di un bosco) o se lo colpissero di piu’ le frasi di scherno dei suoi colleghi operai che consideravano pura follia il suo ostinarsi a voler i figli diplomati pagandogli, col sudore della propria pelle, altri 5 anni di studio.
 
Ma oramai i tempi erano maturati e “Carlino aveva metuto”. Una mietitura particolare, due dei tre figli diplomati e tutti e due gia’ occupati.  Poteva ora godersi l’invidia dei suoi compagni operai e la soddisfazione per essere riuscito da solo in quella impresa.
 
Poteva iniziare a costruirsi casa per la vecchiaia e proprio la’, nel pezzullo di terra in collina la voleva costruire, per ritornare da dove era partito …
 
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giovedì, 15 febbraio 2007
E’ una città strana quella che vi racconto. Fatta di strade larghe e di palazzi nobili, di ponti alti che toccano il cielo sotto i quali spesso capita di veder baracche e dentro le baracche di veder persone che ci abitano.
 
Ma è città laboriosa, ed accogliente. Nessuno mai fu rimandato indietro, chi se ne andò lo fece per sua scelta. E ad ognuno che è rimasto ha regalato qualcosa, non foss’altro che la possibilità di ritornare da dove era venuto con una storia da raccontare...
 
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venerdì, 16 febbraio 2007

Pensò poi, ma molto tempo dopo, a quanto fosse stato inevitabile che toccasse proprio a lui vederlo per l'ultima volta. A lui, il figlio unico maschio, e primogenito. A lui che portava il nome di due dei suoi fratelli, uno perchè glielo avevano imposto, l'altro per ribellarsi a quella imposizione.

Eppure a pensarci bene solo a lui poteva succedere di rientrare a casa così tardi, non alle sue due sorelle minori, e di trovarlo lì, in cucina, vicino al frigorifero, a tentar di mandar via l'amaro che aveva in bocca.

Ma non si lamentò col figlio, giammai, per lui come sempre un sorriso, come per tutti, e due chiacchiere sulla serata appena passata. Poi l'orgoglio lo prese, e forte, di vedere questo figlio contento della vita che lui gli aveva in qualche modo preparato, nonostante tutto.

E quindi fu la buona notte, quel saluto fatto sempre con poco calore nei gesti. Buona notte figlio, che il domani possa essere per te sempre migliore. Buona notte padre, che tu possa essere sempre fiero di me come stasera ...

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sabato, 17 febbraio 2007
"Il panno nero, fermo
nella strada impazzita, anche di luci,
e anch'io pazzo e incrudelo, e correvo
o mi fermavo quasi, pensando
alla tua vita, svelando una ragione
tremenda di rabbia, un insulto
che dura per tutti noi, un dolore
che ti fa padre di noi ...
 
Nel buio la tua casa era un presagio,
tra i fumi della combustione
e della sporcizia, ed io fermo
per strada ho atteso che l'immane
sgomento giungesse fino a me.
Ho atteso, nel freddo, la tua sorte.
 
Dentro, tra quelle mura pulite
e fresche, il nero polveroso tavolaccio
che sempre accompagna la morte
ricongiungeva - in quella tua casa
estranea, in questa tua estranea
città - alle tue privazioni
un sigillo d'inferno, che chi ti uccise
vuole destino.
 
E tua figlia, che pareva un fiore,
che pareva volesse fuggire la morte
da quella casa, e la vita,
è stata il mio cuore, allora
ed avrei voluto strapparla da quello
perchè, nella notte, tu ancora fossi ...
 
I tuoi figli, e Gino che guardava
negli occhi per non essere solo, non avevan
parole, e dicevano cose che noi
poveri, sempre diciamo, perchè la sorte
non ci sia solo nemica, perchè
questa ferita non ci disperi.
 
Ma tu, Rossana, che avevi solo
pianto, e non più occhi - i tuoi grandi
occhi di vita - e taciuta rabbia,
sapevi che nemmeno di fronte
alla morte siamo uguali,
che nemmeno allora svaniscono
i torti, e che tuo padre è ancora
più santo per questo, come tutti quelli
che sono morti - e quel tavolaccio
logoro, poi - con l'unica colpa
di non essere risorti.
 
Vedevo il tuo corpo disteso,
volgendo lo sguardo all'altra stanza,
e tua moglie, pensavo, ancora più piccina,
dopo di te, più sola. Il tuo corpo
che vidi un'unica volta, d'estate :
avevi una camicia bianca
e bianchi già i tuoi capelli,
pettinati per poco, e di te
mi colpì la sincerità ed il piglio
sicuro ed affettuoso. E mi offristi
da bere dicendo che almeno quello
avresti potuto, svelando così che ti ero
fratello, in questa nostra vita,
e ti ho amato da allora.
 
E su quel letto ieri ti ho
riconosciuto, e saputo ancora
il nostro destino. Il tuo
volto non era stremato: era
quello di sempre, ed ancora
avresti lottato; avresti ancora
cercato una ragione e un amore
per la tua gente. Su quel  letto,
su te stava sospesa una Storia,
che era il tuo cuore, il tuo sangue,
e una memoria che già
è in noi, e che ci farà."
 
(G.M.)
 
postato da: VENTODITERRA alle ore 18:05 | Permalink | commenti (3)
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