Esiste un quartiere di una grande citta’ dove bande di bambini lanciano miccette tra le gambe degli anziani, dove bande di ragazzini scorazzano in motorino sui marciapiedi e se qualcuno osa fargli un rimprovero lo riducono in fin di vita, dove bande di adolescenti passano le serate ad incendiare macchine, a volte anche negozi, ma poi il proprietario dice che e’ stato un corto circuito e gli dobbiamo credere. Un quartiere dove le forze dell’ordine quando arrivano perche’ chiamate ad intervenire, vengono assalite dai parenti dei bambini/ragazzi/adolescenti in questione. Un quartiere dove quando si fa buio la gente si chiude in casa e non esce piu’. Un quartiere dove le cantine degli stabili sono abitate da persone invisibili e dove le case non abitate hanno la porta di acciaio, ma non basta perche’ chi decide di volerci abitare butta giu’ il muro ed entra.
Napoli, direte voi, Scampia, Secondigliano, la Sanita’ … no, Milano, quartiere Corvetto.
Dico spesso scherzando, ma non troppo, che Milano e’ peggiorata da quando me ne sono andata. Io a Milano ci sono nata e li’ ho vissuto la mia infanzia, la mia adolescenza. Amo Milano di un amore struggente, dell’amore di chi ha dovuto abbandonarla. Cio’ non toglie che ogni volta che ci ritorno la trovo sempre piu’ brutta, sempre piu’ triste, sempre piu’ nettamente divisa tra una Milano bella ricca ed affascinante ed una brutta povera e squallida. Nel mezzo il nulla. Il quartiere dove abitavo io, Affori, piuttosto centrale, era pieno di piccole e grandi fabbriche e di botteghe di artigiani. Era quindi principalmente abitato dalle famiglie degli operai che lavoravano nelle fabbriche e dai piccoli artigiani e dai proprietari dei negozi : la panetteria, la drogheria, il fruttivendolo, la trattoria dove all’ora di pranzo e cena gli operai andavano a mangiare il cibo portato da casa nella “schiscetta” unendoci il vino al bicchiere, le chiacchiere, il fumo, la partita di carte. E la gioventu’ che ci cresceva erano i figli degli operai, degli artigiani, dei negozianti, tutti piu’ o meno con la testa sulle spalle tranne qualcuno che cadeva nella trappola dell’eroina, tutti scuola tecnica per poter lavorare appena diplomati, tutti con in mente e nelle proprie mani il futuro. Nel tempo libero i capi famiglia coltivavano orti strappando la terra alla massicciata della ferrovia e gareggiando fra di loro su chi produceva il miglior pomodoro, i giovani si riunivano in comitive e potevano anche passare serate e domeniche intere sulle panchine dei giardinetti pubblici a parlare, ridere, scherzare, ascoltare musica dagli stereo di chi avendo iniziato anche a lavorare aveva potuto comperarsi la prima macchina. Soldi pochi, divertimento tanto .Ora la maggior parte delle fabbriche ha chiuso ed al loro posto hanno costruito, manco a dirlo, case, mentre le botteghe artigiane e quasi la totalita’ dei negozi sono diventate negozi e botteghe gestiti dagli emigranti del ventunesimo secolo : cinesi ed africani. Quasi tutte le famiglie che conoscevo e che ci vivevano all’epoca se ne sono andate. Chi abita in questo quartiere ora, come in tanti altri quartieri, ci sta, non ci vive. Come tante formiche operose i genitori lasciano le case per andare a lavorare e lasciano i figli nelle scuole che faticano ad insegnare valore etici e morali perche’ poi quando i ragazzi tornano dalla scuola alla casa, vuota, accendono la televisione e li’ si inebriano dei loro veri valori etici e morali: i soldi facili, la popolarita’ a tutti i costi, la violenza esercitata sugli altri come forma di autostima. Poi appena possono smettono di andare a scuola trovano un lavoro, sgobbano tutta la settimana, si comperano automobili potenti e poi dal venerdi’ sera alla domenica sera vivono il loro personale sballo a volte con finale tragico.
Qualche sera fa mi e’ capitato di vedere in televisione una trasmissione che parlava appunto delle “periferie delle grandi citta’” e nel caso specifico appunto di Milano. In collegamento dal quartiere Corvetto i cittadini potevano interloquire in studio con il Senatore Ombretta Colli che e’ poi anche Assessore al Comune di Milano. Bene i cittadini, dopo aver lamentato tutte le problematiche di vita del quartiere hanno fatto precise richieste al Senatore/Assessore in studio. E sapete cosa le hanno chiesto ? Cosa le hanno detto ? Le hanno detto piu’ o meno cosi’ : “Siamo cittadini, paghiamo le tasse, pretendiamo che ci risolviate il problema. Non potete chiederci di farlo noi, noi non siamo pagati per questo”. Tutto qui. Nessuno che si e’ sognato di dire “Ce ne andremo”, ne’ tanto meno nessuno che abbia detto “Andatevene”. Nessuno che abbia detto “Se rimanete li’ e non fate nulla siete quantomeno compartecipi” ne’ assolutamente “Tanto si sa che li siete tutti un po’ cosi’, un po’ delinquenti”. Ovvio direte voi che un quartiere non e’ una citta’, altrettanto ovvio che scommetto che pochi di voi sapevano di questa situazione. Una volta successi i fatti gravi, ossia l’aggressione al povero signore che ha osato affrontare i delinquenti e l’aggressione ai vigili da parte dei parenti dei ragazzacci, tutto e’ andato scemando, perche’ Milano si sa non e’ Napoli.
Ora pero’ vi devo salutare, ho la scorta sotto il portone che mi aspetta. Devo andare ad Ottaviano per lavoro.