Il salto.
Sapeva di potercela fare, anzi doveva farcela; strinse la pistola custodita all’interno della tasca del pantalone nel pugno e si sedette, sprofondando, nella poltrona della camera. Era una camera piccola e spoglia ma profumata e pulita che dava quasi un senso di benessere, di rilassatezza; la padrona gliela aveva concessa confidandogli che non era solita affittarla a sconosciuti, ma solo a persone del luogo che, decidendo di partire di buon mattino dalla vicina stazione, la occupavano per una sola notte, o per poche ore. Era evidente che la padrona della pensione, che doveva essere molto piu’ giovane di quello che sembrava, era rimasta colpita dal suo fascino essenziale, diretto, da qui la decisione di contravvenire a tale usanza. Luca pero’ non si presentava bene, tutt’altro si trascurava: si faceva crescere capelli e barba senza curarsene e vestiva in maniera casuale di quello che trovava piu’ comodo per i suoi continui spostamenti da una citta’ all’altra. Ma aveva dei lineamenti perfetti e due occhi scuri e profondi che facevano a pugni con la sua carnagione chiara ed i suoi capelli biondi, come la barba; aveva delle labbra sottili e rosee che si aprivano sui denti bianchi come un sipario, mostrandone la perfezione oltre che lo splendore. Tante volte era successo che il suo viso fosse bastato a far cadere pregiudizi, a farlo catalogare nella categoria dei buoni, non si stupi’ che fosse successo ancora. E si trovo’, come recitando la parte di un attore in un film visto da sempre, ad osservarsi con attenzione allo specchio.
“Luca e’ frocio… Luca e’ frocio… ” il sole di Luglio pareva volesse spaccare in due l’asfalto del cortile; uno sciame di bambini rincorreva disordinato un pallone, chi spintonandosi, chi cadendo e rialzandosi con le mani sbucciate e gli occhi pieni di volitiva rabbia. Da lontano Luca li stava a guardare. Non osava nemmeno avvicinarsi; sapeva quello che di lui si diceva nella borgata. Era deboluccio e gracile ed il suo viso cosi’ perfetto e candido non trovava di che specchiarsi in quelli gia’ consumati dalla vita degli altri bambini. In piu’ lui era figlio unico, voluto unico dai genitori che , lavorando entrambi, lo affidavano alle cure del nonno, un po’ sordo ma molto buono. Quindi mai nessuno avrebbe preso le sue difese anche perche’ nessuno della sua famiglia sapeva di quel suo destino crudele, del suo perenne isolamento. E poi a chi dirlo ? Non al padre, condiviso con gli attivi del partito e con le serate che dedicava agli amici. Non alla madre, frustrata e pessimista, che lavorava otto ore al giorno e la sera per annegare la sua insoddisfazione usciva con le sue amiche per tornare, a volte, a notte fonda. Il nonno era tanto vecchio, sicuramente non avrebbe capito; egli pero’ aveva un modo tutto suo per incoraggiare Luca, per tenergli compagnia: gli raccontava della sua vita trascorsa con semplicita’ e chiarezza e Luca si faceva trasportare dalla fantasia e finiva per rivivere di persona le avventure del nonno. Quelle ore trascorse con il nonno erano per Luca le piu’ belle della giornata ed anche le piu’ corte; alle cinque del pomeriggio infatti il nonno si ritirava nella casa di riposo dove viveva e Luca rimaneva solo fino all’ora di cena, se tutto andava bene, e a Luglio alle cinque di sera e’ ancora maledettamente giorno, tempo da vivere. Ecco, lo avevano visto. Sentiva come se fossero stilettate inferte alla sua carne le gomitate complici che si scambiavano, gli indici puntati, ed eccola, come se piu’ non la volesse sentire piu’ questa si sentisse invocata, la solita cantilena : “ Luca e’ frocio, Luca e’ frocio”. Luca si stupiva moltissimo di poter essere qualcosa di cui non conosceva nemmeno bene il significato, ma il coro si stava avvicinando e non gli rimaneva che scappare, il piu’ velocemente possibile per allontanarsi da quella cantilena che gli risuonava, monotona ed ossessiva nelle orecchie. Quando pote’ fermarsi si guardo’ intorno : era capitato nel cuore del quartiere, in mezzo ad un mercato di massaie e venditori. Rubo’ una mela da una cassetta e la morse avidamente.
Quella sera tornare in caserma sembrava piu’ difficile del solito. Tutte le altre sere, dopo una o due macchine, c’era quella che si fermava e gli dava un passaggio. A volte erano coppie di innamorati che, tornando dalla campagna alla citta’, erano ben disposti verso il mondo intero e Luca non si stupiva se, salendo nella macchina, lo colpisse come prima cosa quel profumo che sentiva spesso anche in camera dei suoi a mattino appena nato: profumo d’amore, lo aveva soprannominato. Oppure erano uomini nostalgici che, dopo aver saputo che era un militare, gli raccontavano per filo e per segno la vita in caserma ai loro tempi, dimenticandosi probabilmente che la sera, quando il portone della caserma gli si apriva davanti e lo varcavano quasi emozionati, volevano solo dimenticare completamente tutto quello che la permanenza in quel luogo significava. Cosi’ come faceva lui.
Si era fatto ormai tardi e Luca quella sera si era spinto molto lontano dalla citta’ alla ricerca di un po’ di pace e di silenzio; decise quindi, per non incorrere nella punizione che gli sarebbe senz’altro spettata rientrando in ritardo, che con la prossima macchina avrebbe tentato il tutto per tutto gettandosi in mezzo alla strada e confidando nei buoni riflessi del guidatore; invece non fu necessario perche’ proprio mentre Luca si preparava a quel gesto estremo una macchina, lentamente, gli si accosto’. Era un uomo solo e a Luca quella sera andava bene cosi’, per il suo stato d’animo non era sera da coppiette spandimele. Sali’ a bordo e stette in ostinato silenzio subito dopo avere salutato l’uomo ed avergli comunicato la sua destinazione. Anche l’uomo guidava in silenzio attento alla strada, poi d’improvviso chiese a Luca come si chiamasse e la risposta di Luca giunse educatamente ma cosi’ secca da sembrare uno sparo. L’uomo pero’ non se ne ebbe e dopo avergli sorriso inizio’ a smettere di interessarsi della strada per dedicarsi a guardarlo sempre piu’ a lungo, sempre piu’ stupito e rapito dalla perfezione di quel viso. Inoltre inizio’ a sfiorargli le gambe prima approfittando del cambio di marce poi sempre piu’ sfacciatamente ricercandole dal momento che Luca si era oramai completamente ritratto all’estremita’ del sedile. Quando a Luca parve che l’insolenza dell’uomo fosse andata oltre ogni limite gli chiese di fermarsi ma l’uomo finse di non sentire o non senti’ davvero la sua voce, intento com’era oramai a cercare soltanto un contatto fisico con lui. Approfittando di una decelerazione in curva Luca apri’ lo sportello e stava per lanciarsi fuori dalla macchina ma ancor prima che potesse farlo l’uomo fermo’ la macchina e gli fu addosso ansimante e furioso. Aveva una forza straordinaria e lo teneva stretto a se’ mormorandogli con una dolcezza assolutamente in antitesi con la sua forza la sua cantilena d’amore. Quella sera Luca per la prima volta rientro’ tardi in caserma. Non sarebbe stata l’ultima.
Un bussare lieve alla porta distolse Luca dai suoi pensieri. Chi poteva essere ? Nascose la pistola sotto il cuscino del letto e si avvio’ alla porta. Era la padrona della pensione, reggeva in mano il vassoio della colazione; si era truccata e pettinata con cura ed indossava un vestito di lino celeste che ne avvolgeva morbidamente il corpo perfetto. Chiedendo permesso la donna si introdusse nella camera avviandosi al tavolo vicino alla finestra, dove appoggio’ il vassoio. Luca la seguiva con lo sguardo, impaziente e seccato da quella inaspettata visita, ma la donna sembrava non cogliere nel suo atteggiamento nulla di tutto questo
“Da dove venite ?” gli chiese quasi sforzandosi, evidentemente non era abituata ad interrogare gli uomini, penso’ Luca
“Da Roma, dove sono nato ed ho vissuto insieme ai miei genitori fino ai 22 anni, poi i miei si sono trasferiti al sud al loro paese d’origine ma io non li ho seguiti”.
‘‘Ah” esclamo’ la donna “quindi vivete da solo adesso o mi sbaglio ?”
“No” disse Luca, “non si sbaglia, non ho famiglia, nessun legame, libero come l’aria”. Vide negli occhi della donna balenare una strana luce e si penti’ del suo sfogo meschino, soprattutto perche’ era certo che lei gli avrebbe attribuito un significato sicuramente diverso da quello che gli attribuiva lui.
“Cosi’ siete finito in questo paese per caso, vagabondando …”
“No, sono qui per un lavoro” disse Luca con un tono sbrigativo “anzi e’ gia’ tardi, la ringrazio per l’interessamento ma ora ho da fare ..” e le fece strada verso la porta. Non ne fu sicuro ma, nel procedere verso la porta per uscire, devio’ il suo percorso fin quasi a sfiorarlo con il suo corpo.
Faceva gia’ caldo, nonostante fosse appena mattina; la situazione sarebbe certamente peggiorata e Luca penso’ con fastidio al fatto che tutto si sarebbe dovuto svolgere nel primo pomeriggio, nelle ore piu’ calde. La stanza a quell’ora non aveva zone d’ombra; decise di chiudere tutti gli infissi e rimase in una piacevole ed abbastanza fresca penombra. Si accese una sigaretta e sprofondo’ di nuovo nella poltrona; sentiva venire dalla strada i rumori del paese e dal piano inferiore la voce della padrona della pensione che canticchiava un motivetto allegro; sicuramente si stava adoperando per il pranzo illudendosi che il suo atteggiamento di poco prima fosse il suggellarsi di un tacito patto. Luca pero’ non era molto preoccupato; se tutto fosse andato bene quella sera, o subito dopo aver sistemato tutto, non sarebbe ritornato alla pensione. Aveva deciso che sarebbe andato al mare e che avrebbe fatto anche il bagno, visto che l’acqua a quell’ora sarebbe stata senz’altro calda. Il pensiero del bagno a mare lo mise di buon umore, facendogli dimenticare per un attimo quello che avrebbe dovuto fare. La pistola, poggiata ora sul tavolo, sembrava facesse parte dell’arredamento della stanza, come il tavolo,le sedie ed il letto e, come loro, era a lui estranea, o meglio un mezzo, qualcosa di cui si sarebbe servito, cosi’ come si era servito del letto bianco e profumato e del tavolo dal legno un po’ cadente. Improvvisamente qualcuno busso’ alla porta; senza nemmeno muoversi Luca chiese chi fosse. La voce della padrona della pensione risuono’ nel corridoio vuoto.
“Sono io, sono la signora Giuliana, posso entrare ?” Luca si alzo’ di scatto dalla poltrona, nascose la pistola, questa volta nel cassetto della scrivania. Si avvio’ alla porta e la apri’. La donna entro’ e con lei entro’ il suo profumo simile a quello della sabbia sotto il sole. Luca si ritrovo’ a pensare che, ora che conosceva anche il nome di lei, si erano esaurite tutte le forme di presentazione civili necessarie. Lei senza nemmeno dargli il tempo di dire nulla si era sfilata in un attimo il vestito ringraziando la semioscurità’ che le impediva di decifrare negli occhi di Luca un qualsiasi altro sentimento che non fosse lo stupore.
Gli occhi dell’uomo adesso non erano gli stessi di quella sera, ma Luca non stento’ a riconoscerlo. L’uomo lo guardava un po’ incuriosito da quella visita; viveva nell’ultima casa del paese la piu’ isolata verso la campagna. Gli chiese cosa volesse mai da un vecchio come lui. Vecchio, si disse Luca, eppure erano passati solo cinque anni da quella sera e dalle altre che si susseguirono senza piu’ pudore, senza piu’ remore. A quei tempi l’uomo non si sentiva certo vecchio; lo aspettava tutte le sere all’uscita della caserma, lo portava a cena nelle trattorie di periferia per finire poi sempre su di un prato o in macchina e qualche volta anche a casa sua, quella di citta’, quando la mogli non c’era. No, non si sentiva certo vecchio quando gli offriva dei soldi dicendo che poteva essere suo padre e che sapeva che ai militari i soldi servono piu’ di ogni altra cosa. Non si sentiva vecchio ne’ pensava di divenirlo quando, alla notizia che Luca era stato trasferito all’ospedale militare di Roma gli fece arrivare nella camerata un mazzo di fiori con un biglietto vergato con la grafia di un bambino recante l’indirizzo della sua casa di campagna e l’invito ad avvisarlo appena guarito o congedato per incontrarsi li’.
Luca era rimasto in ospedale piu’ di due anni per una grave forma di esaurimento nervoso che piu’ volte si era temuto lo portasse alla follia. Ma Luca alla fine ce l’aveva fatta ed aveva ricominciato pian piano a vivere senza scopi apparenti la sua vita. Poi un giorno, limpido, il ricordo di quell’uomo, di quell’indirizzo. Della solitudine e della sofferenza che lo avevano spinto ad accettare supinamente la compagnia dell’uomo. Acquisto’ un’arma di contrabbando, imparo’ ad usarla, fece della vendetta la sua ragione di vita. Ed ora eccolo pronto davanti a quell’uomo stupito. Luca gli chiese se poteva entrare spiegandogli che si era incamminato per raggiungere il mare e si era perso.
“Ci credo” disse l’uomo, ”il mare e’ esattamente nella direzione opposta. Comunque entri, fa molto caldo, entri e mi permetta di offrirle qualche cosa da bere. Poi se vuole l’accompagnero’ io stesso al mare”.
Luca si domando’ se la sua automobile era rimasta la stessa ma non aveva tempo ne’ voglia di accertarsene. Aveva solo fretta, una maledetta fretta di porre fine alla cosa. Quando usci’ dalla casa qualche minuto dopo chiudendosi la porta alle spalle era spettinato ed aveva un grosso livido sul collo. No, l’uomo non era ancora diventato vecchio.
Giuliana si sveglio’ di soprassalto. Aveva sognato Luca, di vederlo immergersi nel mare e di non vederlo piu’ ne’ riemergere ne’ allontanarsi nuotando verso l’orizzonte. Capiva che quel sogno era lo specchio della sua certezza che non lo avrebbe mai piu’ rivisto nonostante Luca glielo avesse detto lanciandole un frettoloso bacio con la mano a suggellare la promessa. Sapeva che non lo avrebbe piu’ rivisto e ci soffriva nonostante fosse abituata a quegli incontri veloci, a quegli amori consumati su quei letti anonimi a quegli arrivederci mai avvenuti. Si sentiva stanca, un po’ piu’ vecchia ad ogni addio e si sentiva idiota ad illudersi ogni volta che quello fosse l’amore giunto, come in una favola, al suo castello che la vedeva prigioniera della sua ingenuita’ un po’ vera ed un po’ calcolata. Ed ogni volta era un donarsi senza condizioni, solo per un po’ di compagnia, nella speranza che sarebbe durata piu’ a lungo delle altre volte. Si, era stanca Giuliana di quella vita senza passato e soprattutto senza futuro, senza il futuro che lei sognava. Si riaddormento’ aiutandosi con delle pastiglie, troppe, sperando di sognare Luca e di rivederlo al suo risveglio.
Luca guardava il mare, svogliato ed assente. Credeva di aver voglia di stare solo, di meditare su quello che aveva fatto, di immergersi nell’acqua calda, di asciugarsi al vento della sera. Ed invece aveva in mente solo lei, il suo sorriso, il suo viso giovane, i suoi capelli d’oro e seta ed aveva voglia di raggiungerla, di parlarle della sua vita, della sua solitudine e delle speranze che quelle poche ore d’amore gli avevano acceso nel petto. Ma rimaneva immobile, incerto sul da farsi. In fondo era quasi sera, sarebbe potuto ritornare da lei perdersi nel suo abbraccio ed una volta tanto scegliere, essere protagonista della sua vita. Si alzo’, tolse la sabbia dalla sacca e dai vestiti. “Andro’ da Giuliana” si disse “e saremo felici. Solo questo adesso conta.”. A grandi passi fece la strada verso la pensione, quasi volando, quasi canticchiando, un po’ svanito ma leggero.
Giunse alla porta della pensione che oramai era quasi notte.