lunedì, 16 maggio 2005

Anche i rami robusti
della giovane quercia
si chinano al soffio
di questo vento di  primavera
nel timore di lasciar cadere nel vuoto
i nidi di giovani passeri.

Io invece lo invito
ad entrarmi negli occhi
a scompigliarmi i capelli
a portar via i cattivi pensieri.

Non ho niente da perdere io
mi gioco sempre tutta la vita
in un amore sbagliato
in una idea che non vale
in un amico che poi lascio partire.

Ma adesso il vento si e’ calmato
a chi affidero’ le mie paure ?

postato da: VENTODITERRA alle ore 10:30 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 16 maggio 2005
Allora vieni, apriamo le imposte di questa casa, dove la signora Realta’ non puo’ entrare.
La luce del sole copiosa e carica di polvere, polvere unico segno del tanto tempo che e’ passato da quando qualcuno e’ stato qui, illuminera’ una stanza in ordine, come se solo ieri ne fossi uscita per ritornare presto, invece no, sei il primo dopo tanti anni che entra qui con me.
Sento la tua mano, che avvolge la mia, che trema leggermente, ma so che non e’ paura perche’ e’ lo stesso brivido che scuote me, emozione pura, fiato che si rompe nella gola stretta. Su di un tavolo libri in ordinata pila, sono la mia passione, leggerli e possederli, vederli e poterli toccare, aprirli e ricordare quasi per ogni parola scritta una singola emozione suscitata, odio, amore, rabbia, sdegno, pieta’, passione. Quadri ai muri e fotografie, io con i miei fratelli, io con la mia classe, tutta maschile, delle scuole superiori, i miei genitori ai tempi del loro fidanzamento, io sola, i capelli al vento ed una mano che tenta di coprire gli occhi dalla sua furia. Il pianoforte a coda nell’angolo, no, non ti suono niente, mi vergogno, e’ li’ se vuoi suonalo tu, le mie mani, che in tanti amano proprio per quello, sono passate per tante volte su quei tasti ora per studio, ora per pura esibizione, ora per dare una lezione al mondo, quando la sua indifferenza mi straziava il cuore. E poi divani comodi dove raggomitolarsi per fissare con ostinazione attraverso la finestra aperta la linea che divide cielo e mare nel tentativo di scoprire dove finisce uno e inizia l’altro. Scegli tu cosa fare: restare ed aprire con me ogni altra stanza e decidere quale sia quella fatta per noi, per i nostri sentimenti appena nati, timidamente accennati, per le nostre parole pronte a raccontarsi, per il nostro sogno di oggi, diverso da quello che si e’ infranto ieri , diverso da quello che faremo domani, oppure andare via, puoi farlo sempre, le porte di questa casa non hanno chiavi. Se vai via pero’ porta con te queste parole; le dovrai mostrare alla signora Realta’  che ti attende all’inizio del sentiero che porta qui e ti chiedera’ perche’ vai via.
Lei qui non entra ma sorveglia la mia vita in modo che nessuno possa farmi ancora del male.
postato da: VENTODITERRA alle ore 13:14 | Permalink | commenti (2)
categoria:
martedì, 17 maggio 2005
Stamattina
si e’ alzato un vento lieve
e tu ancora piangi
il volto coperto
da bianchi veli
e bianco il mantello
che avvolge
il tuo corpo nudo.
 
Che questo vento
possa scoprirti il viso
ed asciugarti le lacrime
poi
quando stanca cadrai
ai piedi del colle
possa il tuo corpo sfiorare
l’erba fresca di rugiada.
 
Ad insegnarti
che tutto accade
senza che tu lo voglia.
postato da: VENTODITERRA alle ore 07:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:
venerdì, 27 maggio 2005
Ridi uomo
c’e’ gia’ chi ha riso
dei miei timori
delle mie remore
ed ha chiuso in silenzio
il nero sipario delle sue sicurezze
sul mio volto dubbioso
sulle mie labbra schiuse
pronte per un altra domanda d’amore.
 
Ridi uomo
che non sei il primo
c’e’ gia’ stato chi prima di te
ha cercato le chiavi
ed ha trovato solo porte chiuse
sulla sua risata
isterica e nervosa
che non ha scosso l’aria
come spesso accade
quando si ride con il cuore.
 
Ridi uomo
non ho paura non mi spaventa
la tua risata di rabbia adesso
piu’ che di piacere
io sono forte
io mi appartengo
da molte notte ormai
quando con un sussulto
ancora rinasco e partorisco
il volto stanco
che tu vedi a sera.
 
Piangi uomo
adesso puoi farlo
conosco la tua forza e di piu’
la tua debolezza che amo
le tue splendide rughe di dolore
che si distendono sotto le mie mani
che non imparano mai
ma sanno come fare
ad amare sempre di piu’
le tue domande cosi’ simili alle mie.
 
Piangi uomo
adesso sono tua
unica irripetibile emozione
senza sicurezze
timidi entrambi
cerchiamo le strade della vita
immense e solitarie
ed insegnamo al mondo
che anche cosi’ si puo’ fare l’amore
chiedendo, domandando
sempre temendo di essere piu’ forti.
 
L’amore in macchina.
postato da: VENTODITERRA alle ore 09:18 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 30 maggio 2005
Scintille di colore
si sprigionano nell’aria.
 
L’uomo
dall’aria distratta
il cappello grigio
l’impermeabile beige
si e’ scontrato
con la donna
che allegra
si affrettava al rientro dal mercato
con le sue borse di frutta e di verdura
la sua giacca blu
il suo cappello rosso.
 
E nello scontro
i due cappelli volano per aria
le arance rotolano per la via
e l’uomo
ha perso la sua aria distratta
e la donna
raccogliendo le sue arance
la sua allegria.
 
Peccato, poteva nascere l’amore.
postato da: VENTODITERRA alle ore 10:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 30 maggio 2005
Un ragno ha tessuto la sua ragnatela sotto la finestra della mia stanza ed aspetta, implacabile, che qualche mosca cada nel suo tranello. Potrei, semplicemente con una mano, impedire quello scempio, punire quell’orribile bestia, ma dovrei alzarmi dalla poltrona, e sono troppo stanca. Allungo la mano per misurare la distanza e mi accorgo che e’ troppa: non riuscirei mai a raggiungere la ragnatela nemmeno allungandomi tutta. Allora rinuncio, anche per oggi la carneficina avra’ luogo. Non posso nemmeno chiudere la finestra affinche’ le mosche non entrino nella stanza, correndo incontro alla loro morte; tanto varrebbe allora, alzandomi per farlo, distruggere definitivamente la ragnatela. Rimango seduta, accendo una sigaretta, nel pacchetto ne conto otto : basteranno ? Le faro’ bastare. Fumo distrattamente cercando di non pensare. Ecco una mosca leggera che si posa sui miei libri, riposti alla rinfusa sul tavolo insieme al vassoio della colazione che la cameriera mi ha portato qualche ora fa e che non ho ancora consumato; dovrei chiamare di nuovo la cameriera per ordinarle di accostare il tavolinetto alla poltrona, ma non ho piu’ nemmeno la forza di aprire bocca ed anche se ci riuscissi sarebbe ormai troppo tardi, il te si sarebbe freddato. La mosca compie numerose evoluzioni su tutta la stanza e poi, con una velocita’ impressionante, si getta nella ragnatela. Ho un sussulto e non oso guardare verso la finestra: riceverei da quella fine un impressione troppo violenta. Mio Dio, ma come faranno a a gettarsi con una simile foga verso la propria morte ? Quale misterioso richiamo utilizza il ragno per farle sue ? Non oso pensarci.
Sarebbe gia’ ora di accendere la luce ma non riesco ad alzarmi; aspettero’ che qualcuno venga da me per pregarlo di accenderla. Di nuovo mi guardo intorno. Sulla libreria, in ordine precario, stanno migliaia di volumi; erano di una biblioteca di nobili, li ho comperati tutti in blocco ad un’asta alcuni mesi fa. Ho sempre avuto una grande passione per i libri di qualsiasi genere e provo quasi un piacere fisico nel vederli tutti li’ insieme, a portata di mano, per qualsiasi momento della giornata. Il piu’ consumato nelle pagine e’ “I Canti” di Giacomo Leopardi. E’ stato questo particolare uno dei motivi che mi ha spinto all’acquisto dell’intera biblioteca; e’ inebriante possedere i libri delle persone che hanno i tuoi stessi gusti letterarii per confrontare i libri che costui lesse con quelli che tu leggesti o avresti letto.
Il buio e’ quasi completo. Solo il varco della finestra aperta fa un po’ di luce; non vedo piu’ nulla, quante mosche avra’ mangiato il ragno ?
 
 
Mi sveglio nella poltrona. Sono completamente intorpidita dalla posizione scorretta di tutta la notte. Come ho potuto addormentarmi cosi’ di colpo e sopratutto come mai piu’ nessuno e’ venuto a farmi visita ? Il via vai delle mosche dalla finestra alla ragnatela continua tuttora, senza tregua. Entrano copiose a frotte e poi, una ad una, finiscono nella ragnatela. Ho fame, dovrei mangiare qualcosa; mi accorgo, con disgusto che, quella che doveva essere la mia colazione, lo e’ in relta’ delle mosche, che ora capisco perche’ cosi’ numerose nella stanza. Si posano sul burro e sul pane, si posano, sfiorando la tazza del te, sul barattolo del miele e dello zucchero. Sono uno sciame ormai, piu’ di cento, quasi mille. Ed io non ho piu’ il coraggio di guardare il ragno, chissa’ quanto sara’ diventato grasso dopo avere ingerito tutte quelle mosche a loro volta sazie della mia colazione. Il pacchetto di sigarette attira la mia attenzione: ne prendo una, la accendo, aspiro voluttuosamente. Quando anche queste saranno finite dovro’ per forza alzarmi e maledico il mio vizio che mi comanda a suo piacimento e mi fa fare quello che non vorrei. Anche oggi e’ una bella giornata. Il sole splende nel solito quadro della finestra aperta. Giungono nella stanza, al di la’ del ronzio monotono delle mosche, voci di bambini che si recano a scuola. Ed io vorrei alzarmi ma sono ancora troppo stanca per farlo. Il soffitto della stanza e’ alto, lo sguardo ci naufraga in quel bianco. All’estremita’ del soffitto stanno ghirigori dorati e, nel centro, dove pende un lampadario a sei luci, un motivo floreale, anch’esso in oro. Bianche come il soffitto sono le porte e le finestre ed anche le mura, in alcune zone macchiate d’umido. I mobili sono di noce marrone, la libreria di dieci colonne affiancate una all’altra, il tavolo, le quattro sedie, il tavolinetto, la scrivania. La sedia della scrivania, la poltrona su cui giaccio, il divano, hanno anch’essi la struttura di noce e cuscini di velluto rosso scuro. Alle pareti appesi due quadri. Il primo si intitola “Quiete” e rappresenta il giardino di un convento immerso in un paesaggio montano nel quale passeggiano, alcune col breviario, altre discutendo tra di loro, all’ombra delle quercie in fiore, otto o dieci suore dall’abito nero. Il secondo e’ una natura morta : su uno sfondo marrone sono dipinti crisantemi gialli ed arancioni ed anemoni degli stessi colori. Stanno i quadri uno di fianco all’altro, uno dalla cornice quadrata, l’altro rettangolare. Sulla scrivania una foto di gruppo: l’ultima classe di un istituto superiore; un unico volto di donna affiora sorpreso fra quelli sicuri di una quindicina di ragazzi. Quella donna sono io. Volli ad ogni costo freuentare quella scuola di perfezionamento di meccanica; mi interessavano troppo i motori, il loro tranquillo affiatamento fra tutti quei pezzi che funzionano all’unisono per dare il meglio di loro. Ed ero una delle poche donne che, a quei tempi, avesse di questi interessi; ma questo piccolo, per me, particolare non mi fermo’ e frequentai lo stesso il corso diplomandomi con buoni voti. Un’altra foto, questa appesa alla parete di fianco alla porta della stanza, ripropone il mio solito viso, questa volta sorridente, ed altri tre, sorridenti come il mio: quello di mio fratello, di una sua amica e di un mio amico. Siamo al mare, qualche anno fa, diciamo almeno dieci. Di lui, del mio amico, ricordo solo il timbro della voce mischiato all’accento del luogo dove scattammo la foto: una voce a volte scanzonata e forte, altre volte seria e suadente nelle mie giovani, al tempo, orecchie. Di lei ricordo il modo di fare nervoso, nevrotico, capace di darti della cretina e dopo dieci secondi di abbracciarti trascinandoti al suolo dalla foga e dall’affetto. Ed il nome anche ricordo: Anna, bisillabe e bilaterale. Di mio fratello non ho piu’ notizie, so che si sposo’, tempo fa. Qualcuno me lo disse, comunque non lui. Le mosche si sono allontanate dal vassoio della colazione ed ora svolazzano per la stanza, goffe e sazie. Sotto la finestra la ragnatela non c’e’ piu ; chi mi vendichera’ dell’esproprio della colazione. La ragnatela non c’e’ piu’, neppure il ragno c’e’ piu’ : dove si sara’ cacciato ? Le sigarette sono diventate sei, matematicamente, non si sfugge alla legge della sottrazione, non con le sigarette ne’ con i soldi ne’ con nulla. Cio’ che si toglie e non si rimette piu’ non si trova. Ho una fame terribile, ma non e’ ancora tempo altrimenti la mia solerte cameriera mi avrebbe gia’ servito il pranzo. Che ore saranno ? Non ho orologio, ne’ ve ne sono appesi alle pareti, ma il sole e’ caldo, saranno almeno le undici. Se almeno questo stato di spossatezza finisse, potrei alzarmi, fare qualche cosa, prendere un libro e leggere. Ma sono cosi’ stanca ed ancora mi assopisco.
 
 
E, a sorpresa, mi svegliano due amici dal camice bianco, che mi sollevano e mi portano con loro. E’ l’ora della terapia, mi hanno detto, ed io mi lascio portare. Dopo la terapia mi daranno le sigarette e non avro’ bisogno di alzarmi, me le metteranno sul tavolinetto della stanza, vicino alla poltrona, e domani un altro pacchetto, ed io sono contenta.
 
 
Se almeno quei due elettrodi che mi mettono sulle tempie fossero meno freddi, allora io  ...
postato da: VENTODITERRA alle ore 14:54 | Permalink | commenti (3)
categoria: