Un ragno ha tessuto la sua ragnatela sotto la finestra della mia stanza ed aspetta, implacabile, che qualche mosca cada nel suo tranello. Potrei, semplicemente con una mano, impedire quello scempio, punire quell’orribile bestia, ma dovrei alzarmi dalla poltrona, e sono troppo stanca. Allungo la mano per misurare la distanza e mi accorgo che e’ troppa: non riuscirei mai a raggiungere la ragnatela nemmeno allungandomi tutta. Allora rinuncio, anche per oggi la carneficina avra’ luogo. Non posso nemmeno chiudere la finestra affinche’ le mosche non entrino nella stanza, correndo incontro alla loro morte; tanto varrebbe allora, alzandomi per farlo, distruggere definitivamente la ragnatela. Rimango seduta, accendo una sigaretta, nel pacchetto ne conto otto : basteranno ? Le faro’ bastare. Fumo distrattamente cercando di non pensare. Ecco una mosca leggera che si posa sui miei libri, riposti alla rinfusa sul tavolo insieme al vassoio della colazione che la cameriera mi ha portato qualche ora fa e che non ho ancora consumato; dovrei chiamare di nuovo la cameriera per ordinarle di accostare il tavolinetto alla poltrona, ma non ho piu’ nemmeno la forza di aprire bocca ed anche se ci riuscissi sarebbe ormai troppo tardi, il te si sarebbe freddato. La mosca compie numerose evoluzioni su tutta la stanza e poi, con una velocita’ impressionante, si getta nella ragnatela. Ho un sussulto e non oso guardare verso la finestra: riceverei da quella fine un impressione troppo violenta. Mio Dio, ma come faranno a a gettarsi con una simile foga verso la propria morte ? Quale misterioso richiamo utilizza il ragno per farle sue ? Non oso pensarci.
Sarebbe gia’ ora di accendere la luce ma non riesco ad alzarmi; aspettero’ che qualcuno venga da me per pregarlo di accenderla. Di nuovo mi guardo intorno. Sulla libreria, in ordine precario, stanno migliaia di volumi; erano di una biblioteca di nobili, li ho comperati tutti in blocco ad un’asta alcuni mesi fa. Ho sempre avuto una grande passione per i libri di qualsiasi genere e provo quasi un piacere fisico nel vederli tutti li’ insieme, a portata di mano, per qualsiasi momento della giornata. Il piu’ consumato nelle pagine e’ “I Canti” di Giacomo Leopardi. E’ stato questo particolare uno dei motivi che mi ha spinto all’acquisto dell’intera biblioteca; e’ inebriante possedere i libri delle persone che hanno i tuoi stessi gusti letterarii per confrontare i libri che costui lesse con quelli che tu leggesti o avresti letto.
Il buio e’ quasi completo. Solo il varco della finestra aperta fa un po’ di luce; non vedo piu’ nulla, quante mosche avra’ mangiato il ragno ?
Mi sveglio nella poltrona. Sono completamente intorpidita dalla posizione scorretta di tutta la notte. Come ho potuto addormentarmi cosi’ di colpo e sopratutto come mai piu’ nessuno e’ venuto a farmi visita ? Il via vai delle mosche dalla finestra alla ragnatela continua tuttora, senza tregua. Entrano copiose a frotte e poi, una ad una, finiscono nella ragnatela. Ho fame, dovrei mangiare qualcosa; mi accorgo, con disgusto che, quella che doveva essere la mia colazione, lo e’ in relta’ delle mosche, che ora capisco perche’ cosi’ numerose nella stanza. Si posano sul burro e sul pane, si posano, sfiorando la tazza del te, sul barattolo del miele e dello zucchero. Sono uno sciame ormai, piu’ di cento, quasi mille. Ed io non ho piu’ il coraggio di guardare il ragno, chissa’ quanto sara’ diventato grasso dopo avere ingerito tutte quelle mosche a loro volta sazie della mia colazione. Il pacchetto di sigarette attira la mia attenzione: ne prendo una, la accendo, aspiro voluttuosamente. Quando anche queste saranno finite dovro’ per forza alzarmi e maledico il mio vizio che mi comanda a suo piacimento e mi fa fare quello che non vorrei. Anche oggi e’ una bella giornata. Il sole splende nel solito quadro della finestra aperta. Giungono nella stanza, al di la’ del ronzio monotono delle mosche, voci di bambini che si recano a scuola. Ed io vorrei alzarmi ma sono ancora troppo stanca per farlo. Il soffitto della stanza e’ alto, lo sguardo ci naufraga in quel bianco. All’estremita’ del soffitto stanno ghirigori dorati e, nel centro, dove pende un lampadario a sei luci, un motivo floreale, anch’esso in oro. Bianche come il soffitto sono le porte e le finestre ed anche le mura, in alcune zone macchiate d’umido. I mobili sono di noce marrone, la libreria di dieci colonne affiancate una all’altra, il tavolo, le quattro sedie, il tavolinetto, la scrivania. La sedia della scrivania, la poltrona su cui giaccio, il divano, hanno anch’essi la struttura di noce e cuscini di velluto rosso scuro. Alle pareti appesi due quadri. Il primo si intitola “Quiete” e rappresenta il giardino di un convento immerso in un paesaggio montano nel quale passeggiano, alcune col breviario, altre discutendo tra di loro, all’ombra delle quercie in fiore, otto o dieci suore dall’abito nero. Il secondo e’ una natura morta : su uno sfondo marrone sono dipinti crisantemi gialli ed arancioni ed anemoni degli stessi colori. Stanno i quadri uno di fianco all’altro, uno dalla cornice quadrata, l’altro rettangolare. Sulla scrivania una foto di gruppo: l’ultima classe di un istituto superiore; un unico volto di donna affiora sorpreso fra quelli sicuri di una quindicina di ragazzi. Quella donna sono io. Volli ad ogni costo freuentare quella scuola di perfezionamento di meccanica; mi interessavano troppo i motori, il loro tranquillo affiatamento fra tutti quei pezzi che funzionano all’unisono per dare il meglio di loro. Ed ero una delle poche donne che, a quei tempi, avesse di questi interessi; ma questo piccolo, per me, particolare non mi fermo’ e frequentai lo stesso il corso diplomandomi con buoni voti. Un’altra foto, questa appesa alla parete di fianco alla porta della stanza, ripropone il mio solito viso, questa volta sorridente, ed altri tre, sorridenti come il mio: quello di mio fratello, di una sua amica e di un mio amico. Siamo al mare, qualche anno fa, diciamo almeno dieci. Di lui, del mio amico, ricordo solo il timbro della voce mischiato all’accento del luogo dove scattammo la foto: una voce a volte scanzonata e forte, altre volte seria e suadente nelle mie giovani, al tempo, orecchie. Di lei ricordo il modo di fare nervoso, nevrotico, capace di darti della cretina e dopo dieci secondi di abbracciarti trascinandoti al suolo dalla foga e dall’affetto. Ed il nome anche ricordo: Anna, bisillabe e bilaterale. Di mio fratello non ho piu’ notizie, so che si sposo’, tempo fa. Qualcuno me lo disse, comunque non lui. Le mosche si sono allontanate dal vassoio della colazione ed ora svolazzano per la stanza, goffe e sazie. Sotto la finestra la ragnatela non c’e’ piu ; chi mi vendichera’ dell’esproprio della colazione. La ragnatela non c’e’ piu’, neppure il ragno c’e’ piu’ : dove si sara’ cacciato ? Le sigarette sono diventate sei, matematicamente, non si sfugge alla legge della sottrazione, non con le sigarette ne’ con i soldi ne’ con nulla. Cio’ che si toglie e non si rimette piu’ non si trova. Ho una fame terribile, ma non e’ ancora tempo altrimenti la mia solerte cameriera mi avrebbe gia’ servito il pranzo. Che ore saranno ? Non ho orologio, ne’ ve ne sono appesi alle pareti, ma il sole e’ caldo, saranno almeno le undici. Se almeno questo stato di spossatezza finisse, potrei alzarmi, fare qualche cosa, prendere un libro e leggere. Ma sono cosi’ stanca ed ancora mi assopisco.
E, a sorpresa, mi svegliano due amici dal camice bianco, che mi sollevano e mi portano con loro. E’ l’ora della terapia, mi hanno detto, ed io mi lascio portare. Dopo la terapia mi daranno le sigarette e non avro’ bisogno di alzarmi, me le metteranno sul tavolinetto della stanza, vicino alla poltrona, e domani un altro pacchetto, ed io sono contenta.
Se almeno quei due elettrodi che mi mettono sulle tempie fossero meno freddi, allora io ...